Nel corso degli ultimi anni, il settore assicurativo ha subito rilevanti trasformazioni:il nostro Paese ha acquisito, allineandosi con le più importanti realtà europee, una maggiore sensibilità e attenzione verso le problematiche assicurative... Continua
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Cassa di Assistenza
Le Casse di Assistenza, casa naturale degli Employee Benefits, interessano tutte le aziende che intendono fornire ai propri dipendenti prestazioni di assistenza sanitaria integrative a quelle previste dal Servizio Sanitario Nazionale, oltre a garanzie Infortuni e Vita. Per il datore di lavoro l’importo dei contributi versati alla Cassa di Assistenza costituisce costo per lavoro dipendente integralmente deducibile dal reddito d’impresa calcolato ai fini IRES. I contributi di assistenza sanitaria sono deducibili, per il dipendente, fino all’importo di € 3.615,20 a condizione che le Casse o le realtà equiparate, operino negli ambiti di intervento stabiliti con il Decreto del Ministro della Salute. Un’ulteriore agevolazione di cui usufruiscono i contributi a carico del Datore di lavoro versati alle Casse di Assistenza, è la ridotta aliquota contributiva sociale prevista dall’art. 6 del D.lgs 314/1997. I suddetti contributi, in luogo della contribuzione sociale ordinaria, sono infatti soggetti ad un contributo di solidarietà del 10% che deve essere devoluto alle gestioni pensionistiche di legge cui sono iscritti i lavoratori.
Class Action
CLASS ACTION ovvero facciamo causa “tutti insieme”.
Si tratta di un argomento di grande attualità (Sentenza Eternit di Casale Monferrato) e la recente vicenda della Costa Concordia si preannuncia come un nuovo esempio di Class Action. Ma cos’è una Class Action? E’ lo strumento legale di azione collettiva che consente di avviare un procedimento comune per ottenere il risarcimento dei danni, subiti da gruppi di individui, conseguenti ad un unico evento o evento seriale. Il vantaggio del singolo danneggiato risiede sostanzialmente nell’abbattimento dei costi legali e d’istruttoria, diversamente a suo esclusivo carico, e al contestuale acquisto di maggiore forza contrattuale necessaria a confrontarsi con una controparte “robusta”. La Class Action, per i legali potrà essere un grande affare. Se prende piede il sistema americano la parcella sarà parametrata al risarcimento ottenuto; in USA, per alcuni casi, si arriva al 50% del risarcimento!… Entrata in vigore in Italia con il D.L del 1.1.2010, disciplinata dall’art. 140 bis del Codice al Consumo, la Class Action trae spunto con le dovute differenziazioni, dalla legislazione nord americana e sta consolidandosi anche a livello europeo. Per chi fabbrica e commercializza prodotti di massa si rende necessario valutare con attenzione sia i limiti di garanzia del proprio contratto di Responsabilità Civile Prodotti che le condizioni di assicurazione con particolare riferimento ai “danni in serie” quelli da cui, per l’appunto, può sorgere una Class Action.
Liberalizzazioni e scatola nera
Le Liberalizzazioni in ambito assicurativo: tutti ne parlano ma di cosa si tratta?
L’attenzione del Governo si è concentrata quasi esclusivamente sulla polizza RC Auto – oltre il 50% del mercato rami danni – con particolare attenzione ai sinistri. Scopo principale: ridurre i danni fraudolenti e l’utilizzo “improprio” della polizza. La logica è semplice: se diminuiscono i sinistri e i relativi costi, diminuiranno anche i premi. Questi i punti salienti:
- Sconti obbligatori per chi fa installare la cosiddetta “scatola nera” con lo scopo di impedire le false denunce di sinistro. Tutti i costi connessi sono a carico della Compagnia; è inoltre prevista la portabilità dello strumento elettronico.
- Facoltà per gli Assicuratori di indennizzare il sinistro facendosi carico della riparazione presso carrozzerie convenzionate, in luogo del risarcimento in denaro.
- Le cosiddette micro invalidità – come il famigerato colpo di frusta – daranno diritto ad un risarcimento solo se, risulti strumentalmente accertata, l’esistenza della lesione.
- Tagliando Elettronico: entro 6 mesi dal 24.03.12 saranno definite le modalità per la “dematerializzazione” dei contrassegni, che saranno sostituiti da sistemi elettronici, consentendo di individuare i veicoli non assicurati per la RCA obbligatoria. In Italia sono circa 5.000.000 gli autoveicoli ufficiosamente non assicurati!
- Obbligo, per gli Agenti di Assicurazione che propongono una copertura RCA, di presentare al Cliente, prima della sottoscrizione della polizza, le condizioni proposte per il medesimo rischio, da ALTRE DUE diverse Compagnie, non appartenenti al medesimo Gruppo assicurativo.
Queste disposizioni dovrebbero consentire una riduzione dei costi assicurativi nel ramo auto.
Danno ambientale
La Polizza RC Inquinamento – Il danno ambientale
Le polizze di RC Inquinamento hanno avuto negli ultimi anni, importanti evoluzioni in senso migliorativo. Attualmente la garanzia può operare per i danni a terzi ma anche per il danno ambientale, per i costi di bonifica e ripristino del sito industriale in cui si è originato il danno e per i danni alle proprietà dell’Assicurato. Sono garantibili anche i danni da interruzione dell’attività dell’Assicurato.
Attualmente gli assicuratori sono inoltre disponibili ad offrire, insieme alla copertura assicurativa, un servizio di consulenza/assistenza sulle problematiche ambientali con l’ausilio di Società specializzate sul tema.
In Italia sono molte le aziende che credono che il tema non le coinvolga e che sia di competenza delle sole aziende chimiche e/o petrolchimiche… Ma non è così! Ovunque vi siano delle sostanze potenzialmente inquinanti (ad esempio oli combustibili) il rischio di inquinamento è latente.
RC per Prodotti difettosi
La responsabilità per danno da prodotti difettosi.
Lo scorso 21 dicembre la Corte di Giustizia Europea ha chiarito l’ambito di applicazione e la portata della Direttiva, più precisamente, la direttiva stabilisce il principio di responsabilità oggettiva o “responsabilità indipendente dalla colpa del produttore” in caso di danno causato da un difetto del suo prodotto. Quando il produttore non può essere individuato è considerato tale chiunque partecipi al processo di produzione, l’importatore del prodotto difettoso, qualsiasi persona che apponga al prodotto il proprio nome, la propria marca o qualsiasi altro segno distintivo, nonché il fornitore del prodotto.
Da qui la necessità di porre particolare attenzione alle proprie garanzie, in tema di RC prodotti.
Tariffe Unisex per le assicurazioni
Obbligo di Tariffe Unisex per i nuovi contratti dal 21 dicembre 2012.
A seguito di sentenza della Corte di Giustizia Europea del 1° marzo 2011 è stato stabilito che le Compagnie assicuratrici devono provvedere entro il 21 dicembre 2012 ad applicare il principio della parità di trattamento tra uomini e donne, per quanto riguarda i premi e le prestazioni assicurative, annullando di fatto la specifica deroga che era stata inserita per il mercato assicurativo. Le compagnie di assicurazioni sono pertanto tenute ad offrire Tariffe Unisex.
In tal senso sono previste variazioni delle tariffe RC Auto, Vita, LTC e Sanitarie, fra queste, le assicurazioni auto dovrebbero ridursi per gli uomini ed aumentare per i guidatori del gentil sesso.
Analogamente, per le polizze vita puro rischio, i premi Unisex favoriranno il sesso maschile, risultando nel contempo più onerosi per le donne rispetto alle tariffe attualmente in essere.
In controtendenza le polizze Rimborso Spese Medico Ospedaliere e le polizze LTC (Long Term Care – prestazione di indennità mensile per stato di non autosufficienza) per le quali le nuove Tariffe Unisex risulteranno maggiori per il sesso maschile ed inferiori per quello femminile.
Assicurazioni per prestiti o finanziamenti
Le polizze assicurative“obbligatorie” per l’ottenimento di un finanziamento o un prestito.
Dal 2 Aprile si cambia!
Con il Provvedimento 2946 del 6.12.11 l’ISVAP – Organo di controllo delle Assicurazioni Private – ha messo uno STOP al dilagante sistema delle polizze vendute dalle Banche a corredo, pressoché obbligato, del finanziamento… infatti, al rifiuto di sottoscrizione spesso cessava anche la disponibilità al prestito!… Le motivazioni alla vendita erano supportate dal fatto che la polizza assicurativa garantisce il finanziato da eventi imprevisti e negativi. In verità, il primo soggetto ad essere garantito era proprio l’Ente finanziatore che:
- proteggeva la propria posizione creditoria nei confronti del Cliente
- poteva riscuotere in tempi brevi ( e da un “debitore” certamente più solvibile…) le somme garantite in caso di sinistro, senza necessità di procedure esecutive o altro.
- beneficiava di una riduzione del capitale di vigilanza previsto dalla normativa vigente, in quanto il requisito patrimoniale richiesto è inferiore quando i crediti sono adeguatamente protetti.
Tuttavia ciò potrebbe non apparire così negativo perché, se è vero che la Banca aveva grandi interessi a che i propri finanziamenti fossero assicurati, è altrettanto vero che il debitore poteva a sua volta sentirsi più protetto da situazioni future imprevedibili. Però…c’era un però: la polizza da sottoscrivere era proposta dalla Banca (non si derogava!..) nell’ambito di una “convenzione speciale”. Il premio – tutto anticipato per la durata del finanziamento!… veniva anch’esso finanziato in comode rate. Tutto bello o quasi!…
Un’indagine dell’ISVAP appura che le polizze collettive proposte avevano un piccolo neo: provvigioni a favore delle Banche da un minimo del 44% ad un massimo dell’80% ovviamente a scapito del Cliente che sopportava costi ben superiori a quelli del così detto “libero mercato”.
Fine della scena: dal 2 aprile questo sistema cesserà perché l’ISVAP con il provvedimento indicato ha aggravato l’art. 48 del Codice delle Assicurazioni che disciplina i conflitti di interesse, vietando agli intermediari, Banche e Finanziarie, di assumere la veste di beneficiario/vincolatario della prestazione assicurativa e nel contempo quella di intermediario del relativo contratto.
La lotta dei giganti del Web sul diritto d’autore
Google-Twitter-eBay: «Non si può limitare la libertà della Rete»
NEW YORK – È una lotta fra titani – Golia contro Golia l’ha già ribattezzata la blogosfera – dal cui esito dipende il futuro di Internet e di miliardi di suoi utenti. Oggetto della disputa: lo «Stop Online Piracy Act» (Sopa), la proposta di legge presentata alla Camera dei rappresentanti Usa dal deputato repubblicano del Texas Lamar S. Smith (e da un gruppo di 12 sostenitori bipartisan) che autorizzerebbe Dipartimento di giustizia e titolari di copyright a procedere legalmente contro i siti pirata che in ogni angolo del pianeta violano il diritto d’autore.
Se dovesse essere approvata, la Sopa – supportata dall’omologa «Protect Ip Act» (Pipa) attualmente all’esame del Senato – trasformerebbe gli Stati Uniti in un onnipresente cyber poliziotto globale, alla stregua del «Grande fratello cinese» tanto inviso al popolo del Web. Tra le misure previste: il divieto imposto agli Internet provider, ai motori di ricerca come Google e ai fornitori di servizi di pagamento come PayPal e Visa, di fare affari con siti pirata come Pirate Bay; pena l’oscuramento.
Alla vigilia del dibattito da parte della Commissione giustizia della Camera, il prossimo 24 gennaio, la Sopa ha scatenato un braccio di ferro tra vecchi e nuovi media, tradizionalisti e innovatori, under 30 e over 50. A favore della legge si sono schierati Hollywood, l’industria discografica, la Camera di commercio e il potente sindacato Afl-Cio, oltre a editori come Macmillan Us e politici democratici come Mike McCurry, ex portavoce di Bill Clinton. Il partito contrario ha riunito invece i colossi del Web – in una gigantesca alleanza che ha coinvolto Google, Yahoo, Twitter, eBay, Facebook, Amazon… -, gli avvocati per la difesa delle libertà civili, l’ex speaker della Camera Nancy Pelosi e la guru dei liberal Arianna Huffington che, dal sito Netcoalition.com, invitano il popolo della Rete a «proteggere l’innovazione» e sono accusati dai primi di «tifare per i pirati».
«Questa è la stessa Hollywood che all’inizio si era opposta all’introduzione di cassette e dvd, poi rivelatisi estremamente lucrativi», ribatte il fronte contrario al Sopa, che assicura: l’attuale legge Digital Millennium Copyright Act del 1998 – che concede l’immunità ai siti Web che, dietro notifica, oscurano i contenuti illeciti – basta e avanza.
L’unica cosa su cui tutti concordano è che i «siti ladroni» – la maggior parte attivi fuori dai confini americani – sono un problema vero ed economicamente gravoso che, secondo la Motion Picture Association of America, costerebbe agli Stati Uniti oltre 58 miliardi di dollari all’anno. Ovvero 19 milioni di posti di lavoro, dalle ultime stime della Camera di commercio degli Stati Uniti.
A dar ragione al partito pro Sopa è ora un sondaggio della Columbia University, dove metà degli adulti e il 70 per cento dei giovani tra i 18 e i 29 anni rivela di aver copiato o scaricato musica e video abusivi. Un’emergenza reale, dunque, che però, a detta del grande costituzionalista Laurence H. Tribe, non giustifica il correttivo draconiano proposto dal Congresso. «La Sopa mette a repentaglio l’apertura e il libero scambio di informazioni alla base del Web – punta il dito Tribe in una cliccatissima lettera aperta diffusa online -, ed è illegale poiché viola il Primo emendamento della Costituzione americana». Lo stesso cui si è ispirata la Segretaria di Stato Hillary Clinton quando, nel 2010, si è scagliata contro «il nuovo Muro di Berlino» della censura cinese del Web, spiegando che l’America «si batte per una Rete unitaria, dove tutta l’umanità ha uguale accesso al sapere e alle idee».
Ad applaudire quel discorso, allora, c’era anche Chris Dodd, senatore democratico del Connecticut, che in qualità di presidente della Motion Picture Association of America – l’associazione degli studios cinematografici – oggi ha cambiato registro. «È la lobby hollywoodiana, da sempre intrallazzata con Washington, a spingere questa crociata», accusa David Carr sul «New York Times». Maplight, il sito che misura l’influenza dei soldi sulla politica, gli dà ragione: per difendere la loro causa, Hollywood ha messo sul piatto il quadruplo dei contributi investiti sul fronte avverso dai colossi della Silicon Valley.
Forti di amicizie decennali all’interno del Congresso, i «vecchi media» sono riusciti a bloccare gli emendamenti presentati per smussare gli effetti più devastanti di un decreto che, a detta dei suoi detrattori, rischia di paralizzare il Web, costringendo siti come Google e Amazon a monitorare ogni mossa dei loro utenti, trasformandoli di fatto in invadentissimi 007, al servizio del copyright.
La legge darebbe ai tribunali americani il potere di espellere i siti pirata dal «Domain name system», una sorta di elenco telefonico di Internet, obbligando i provider americani a censurarli. Ma poiché il carattere della Rete è globale, gli utenti potrebbero continuare ad accedere ai siti della «lista nera» attraverso «Dns» stranieri. E questo doppio binario, secondo gli esperti, metterebbe a repentaglio non solo l’omogeneità ma anche la sicurezza della Rete.
La corsa contro il tempo dei sostenitori dello Stop Online Piracy Act è accelerata da quando la «base» del Web è passata al contrattacco. Oltre centomila utenti della piattaforma online Tumblr hanno telefonato ai loro rappresentanti nel Congresso americano, mentre più di un milione di cittadini hanno firmato la petizione online contro la legge, rilanciata anche dal sito Netcoalition.com. «Anche se non abbiamo le stesse connessioni politiche dei nostri nemici – teorizza un post pubblicato su CNet rilanciato da innumerevoli siti -, attraverso la Rete siamo in grado di mobilitare miliardi di persone». Il connotato cultural-generazionale della faida è innegabile. «È uno scisma che contrappone gente cresciuta col Web a gente che ancora non lo usa – spiega Yancey Strickler, fondatore del sito Kickstarter, che sponsorizza progetti creativi online – Washington non capisce che la Rete ha completamente riconfigurato la società, al di là delle divisioni di classe, istruzione e razza. È come se per loro Internet non sia mai esistito».
Durante il dibattito congressuale dello scorso ottobre, quando un deputato si è vantato della propria «cyber ignoranza», il Web è insorto. «Caro Congresso – ha tuonato l’esperto di computer culture Josha Kopstein dal suo blog – oggi non è più accettabile ignorare il funzionamento di Internet».
Italia, Fitch:significativa possibilità downgrade dopo revisione
LONDRA (Reuters) – C’è una significativa probabilità che il rating sovrano italiano venga tagliato da Fitch, una volta che sarà terminato il processo di revisione condotto dall’agenzia sui sei paesi della zona euro messi in credit watch negativo.
Lo ha dichiarato il responsabile dei rating sovrani di Fitch David Riley.
“Una cosa che potrebbe aiutare l’Italia, che è al di fuori del suo immediato controllo, è rimuovere il premio creato dalla crisi di liquidità… il che fondamentalmente significa che c’è bisogno di un ‘firewall’”, ha affermato Riley durante una conferenza.
“Al momento questo non c’è e ciò rappresenta un serio elemento di preoccupazione riguardo l’Italia. È una delle ragioni per cui abbiamo messo l’Italia sotto osservazione, e una delle ragioni per cui quando concluderemo l’analisi, ci sarà una significativa probabilità che il rating scenda” ha aggiunto.
Fitch ha attualmente un rating A+ sull’Italia.
Four hot spots to watch in 2012
At the start of 2012, here are the four countries we all need to watch closely: Italy, Iran, Pakistan and North Korea.
Let me explain:
Italy: Linchpin of the euro
The most important country to watch in 2012 is Italy. Italy needs to successfully institute reforms that give the markets confidence. It needs to do more than just deal with its budget deficit and debt – it needs to reignite growth. For the past ten years, the Italian economy has not grown at all.
If Italy manages to stimulate economic growth, it will send a very positive signal to the markets. Italy’s new Prime Minister Mario Monti is bravely and boldly advocating longer work hours and the reform of archaic laws that have made Italian businesses unproductive and uncompetitive.
If Monti succeeds, it will vindicate Germany’s strategy, which has been not to bail out the eurozone countries, but to instead pressure them to reform. Germany knows that the only solution to the crisis of Europe’s Southern economies is for them to become more competitive.
If that starts to happen, two things follow: First, the markets will place less pressure on these Southern European countries because it will be clear that their reforms are working. Second, the Germans will become increasingly willing to accept what would be, in effect, a secret bailout. Germany will not back Eurobonds, which are a public bailout, but it would be willing to let the European Central Bank and the Bundesbank quietly ease a lot of the pressure on the Southern European economies.
Italy’s success is of paramount importance because it has the potential to stave off – or even alleviate – the eurozone crisis. On the flipside, if Italy fails, it is equally significant because the markets will likely start substantially raising Italian interest rates.
Of the Southern economies, Italy’s actions will have the greatest impact on the rest of Europe. Italy has to refinance $500 billion euros worth of debt in the next 18 months. Even the Germans don’t have the checkbook to bail them out. So if the markets lose confidence in Italy, it’s difficult to see how the euro can survive in its current form.
Keep your eye on Italy because this whole game is going to be played in Rome over the next year.
Iran: Acting out of weakness
The next country to keep your eye on is Iran. There’s a tendency when we look at Iran to say, “This country is so powerful; it’s so strong; it’s on the march.” But actually what’s happening in Iran is the exact opposite: Iran is acting out, because it feels weak.
Internationally-imposed sanctions have hit Iran’s economy quite hard, effectively forcing the government to cut subsidies and make reforms that are very unpopular at home. The Iranian regime is clearly straining under enormous external pressure, which has led to deep divisions within their political establishment.
President Mahmoud Ahmadinejad used to be the favorite candidate of Supreme Leader Ali Khamenei. Now the supreme leader has put forward the idea of dispensing with the presidency entirely. The ruling elite is in flux. In addition to the president and the supreme leader, you have the old guard of people like former President Akbar Rafsanjani and reformers like former President Mohammad Khatami and presidential candidate Mir-Hossein Moussavi. It’s within this context that you have decisions being made both about the nuclear program and about dealing with Western sanctions.
Iran’s behavior reflects these internal divisions. First, Iran said it was going to block the Straits of Hormuz and that it would be “as easy as drinking a glass of water.” Then that was disavowed almost a day and a half later. Iran later made suspicious claims about its nuclear program. And Iran began testing missiles that are not, in fact, particularly threatening. These actions collectively convey an impression of weakness and internal division.
Meanwhile, Iran’s big international play, which has been the propping up of Syria, is going very, very badly. The Syrian government seems to be running out of money and support. Syria will probably bleed slowly rather than suddenly collapse, but none of it looks very good for the regime in Damascus.
Now one shouldn’t take too much comfort in Iran’s weakness because countries that are weak can cause as many problems as countries that are strong. The continued pressures building on Iran indeed seem pretty dangerous.
Pakistan: An uncivil government?
Country No. 3 to look at is Pakistan, which remains more unstable than people realize. You have a civilian government that is now operating in name only. The president is often not even in Pakistan anymore. He’s often in Dubai where he can immediately receive medical treatment. He also, conveniently, happens to have a house there, just in case something were to happen in civil-military relations in Pakistan. In other words, if there were some kind of a soft coup by the military (there will not be any kind of formal coup), he’s going to be spending a lot more time in Dubai than in Islamabad.
In addition, you have a breakdown in the relationship between the United States and Pakistan. The Pakistanis are basically moving to a post-American strategy in Afghanistan, asking themselves how to retain influence once the United States goes. Pakistan’s path to influence in Afghanistan is the Taliban. So all of that means that there is a possible confrontation with the United States; there is a possible confrontation with India; there is a possible confrontation with Afghanistan. And all this is happening while the Pakistani economy is in freefall.
North Korea: The black box
North Korea is the fourth country to watch, only because the truth of the matter is that none of us knows what is going on there. Nobody really understands the regime. Nevertheless, you’ve got to assume that this is very complicated transition. You have a completely untried, untested guy who is clearly the face of the regime (he is the non-threatening figure everybody else can rally around). That will work for a while. But the question is whether or not there are internal rivalries that might break out in the future.
The possible eruption of internal rivalries is one of those events that may have a low probability of happening, but if it does indeed take place, it will have a very high impact. If there were an unwinding of the North Korean regime, it would have huge repercussions for South Korea, China and the U.S. If there were a kind of collapse and sudden integration with the South, it would put tremendous pressure on the South Korean economy and would bring the United States and China into direct military confrontation, because at that point you’d have 40,000 U.S. troops on China’s border.
North Korea is one hot spot where you can’t do much, and you really just have to hope for the best.
These are my top four hot spots of 2012.
What’s on your radar and why?


































